2^ Contest di Racconti, Glaurung

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26 Aug 2017 11:38 #118844 by Glaurung
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Ecco il mio racconto!

Della fame dei Ragni e delle loro peregrinazioni.

In un buco nella terra, viveva un ragno.
Non si trattava di un aracnide qualsiasi: apparteneva alla stirpe di Ungoliant, la Tessitrice di Ombre, colei che aveva bevuto la linfa dei due Alberi di Valinor.
Con sua madre condivideva molte cose, prima tra tutte il vorace appetito, una fame insaziabile che la consumava dentro, giorno dopo giorno, come un malevolo incendio divora in una sola notte l’intera foresta.
Questa brama di cibarsi l’aveva sempre mossa a spostarsi di zona in zona, in cerca di nuove prede. Non era necessità di nutrirsi a spingerla, ma puro desiderio, una voglia infinita di mangiare. Negli anni aveva sviluppato un macabro senso del gusto, paragonabile a quello umano, che non aveva fatto altro che alimentare sempre più il fuoco che le bruciava dentro.
I suoi viaggi seguivano sempre lo stesso percorso: ciò che mangiava nel luogo dove si trovava le veniva a noia; la sua voglia cresceva irrefrenabile, agitando i suoi pensieri giorno e notte, finchè non si trovava costretta a spostarsi.
Era partita dalla costa occidentale: lì si cibava di uccelli di mare, troppo spensierati e liberi per accorgersi della sua tela; ogni tanto qualche pesce saltava troppo in alto, un pescatore si addentrava troppo nella sua grotta in riva al mare.
Aveva passato talmente tanto tempo in quel luogo, che non si ricordava più cosa fosse venuto prima. Per anni aveva dovuto soffrire il tramonto, momento in cui l’odiato Sole osava schernirla, tuffandosi nel mare pur di abbagliarla con i suoi ultimi raggi. La gioia che provava nel vederlo affogare era vana, perché sapeva che, il giorno dopo, sarebbe tornato.
Tuttavia c’erano voluti anni prima che decidesse di uscire dalla sua tana.
La colpa si poteva attribuire ad un gruppo di pescatori: un alto uomo grigio e tredici bambini, che l’avevano vista e che non erano caduti nella sua trappola. Il villaggio di pescatori vicino alla sua tana era così venuto a sapere della sua esistenza e aveva dal quel momento in poi evitato la grotta.
La fame aveva fatto il resto.
Una notte senza Luna e senza stelle, se ne era andata.
Da allora aveva peregrinato per tutta la Terra di Mezzo; aveva provato a spingersi subito a Nord, ma degli alti uomini sorvegliavano quelle terre e qualcosa in loro l’aveva spaventata, delle vestigia di un passato di grandezza abbagliante, per i suoi occhi malvagi, come il Sole del mattino.
Aveva quindi aggirato quel “muro”, cercando di costeggiarlo verso est. Purtroppo per lei, aveva trovato solo altra disperazione. Spingendosi ad Est, si era trovata tra due enormi “fuochi”, uno a nord e uno a sud. Per quanto le montagne in cui si trovava fossero dei luoghi piacevoli, quei due fari la tormentavano, persino nel fondo della caverna più profonda e buia.
Il cibo era difficile da reperire; in più si sentiva costantemente osservata da occhi ben più antichi e puri dei suoi. Era così stata costretta a ripartire con più fame di quella con cui era arrivata.
Si era poi stabilita al limitare di una foresta, all’ombra di una antica torre, in grado di oscurare gli odiati “Astri perpetui”, come aveva cominciato a chiamarli. Lì aveva cominciato a vivere serenamente, a mangiare e a crescere, diventando sempre più massiva. La sua stirpe era cresciuta numerosa e forte e le procurava cibo in abbondanza.
Eppure per lei non era abbastanza. La sua brama non si sentiva soddisfatta, ma cresceva giorno dopo giorno, tormentandola.
Abbandonò anche quel luogo e la sua prole, per spingersi verso Sud.
Si trovo di fronte lande desolate, alti monti neri, senza vita, senza cibo.
Non riusciva a cacciare, era stremata dal continuo cambiare dimora, cosa che diventava sempre più difficile. Non poteva tuttavia permettersi di lasciare che il Sole le desse il suo bacio ustionante, o che la fredda luce della Luna congelasse i suoi arti.
Era arrivata al limite, all’Ultima Tana. Non sarebbe potuta procedere, né tornare indietro.
Shelob, perché quello era il suo nome, datole dalla madre Ungoliant in ere passate, si preparava a morire, con l’unica consolazione di andare in un luogo dove né il Sole, né altre luci l’avrebbero disturbata, dove forse la sua fame sarebbe passata.
Una mattina, mentre cercava di spingere il suo massiccio corpo il più possibile verso il fondo della galleria, per evitare anche solo il riverberò dell’odiata Luce, la sentì.
Un sibilo, una Voce antica quanto lei, una Malvagità forte, un Potere incontrastabile.
Quella voce stava chiamando lei. All’iniziò era confusa, diffidente: nessuno l’aveva mai chiamata per nome.
Il richiamo era troppo forte, riempiva completamente la sua coscienza. Shelob si sorprese a pensare: mai nella sua esistenza era riuscita a fare altro, oltre a contorcersi per la fame o per il bruciare della Luce.
Ancora una volta, la Voce la chiamò, le parlò di grandi progetti, di uno Schema totale di dominazione e di Oscurità, di un mondo senza Luce. Un mondo di cui la Voce le chiedeva di far parte.
La Voce l’aveva chiamata per anni a sé, cercando di attirarla come una serpe ipnotizza la preda per accoglierla tra le sue spire.
Shelob.
Il richiamo era troppo forte. Il ragno, sebbene fosse pieno giorno, uscì.
Il suo stupore fu grande, quando si accorse che non c’era il Sole. Di fronte a lei stava una figura, piccola, quasi insignificante in confronto a lei, ma con un potere tale da farsi fisicamente sentire come pressione sugli innumerevoli peli sparsi sul suo corpo.
Il cielo era coperto da una fitta Oscurità. La piccola figura sembrava assorbire tutto il calore intorno a sé.
Più in avanti, percepiva chiaramente altre piccole figure muoversi freneticamente, come nere formiche in spedizione.
La Voce l’aveva affidata a questo Messaggero del Male, che le avrebbe mostrato la sua nuova casa, in un luogo senza Luce, senza Sole né stelle.
Shelob si stupì di quanto si stesse fidando di qualcuno: non era nella sua natura, ma questo stupore lasciò il posto ad un altro sentimento ancora più grande, che la riempì pienamente.
Shelob, per la prima volta nella sua vita, era felice. Il Male la pervadeva, facendo emergere la sua vera natura, quella di sua madre prima di lei, quella di una Signora della Notte.
Piena di questi nuovi pensieri, la sua mente iniziò a tessera una tela di pura malvagità
Era davvero felice. Non aveva più fame.

Discepolo di Balin, Grande Profeta di ogni Sventura
Fedele giocatore degli Esterling Impuri
"Don't feed the troll, unless you are a goblin"

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